Vita di Mare

"> Mare puro Vita vera

venerdì 13 giugno 2014

lunedì 28 dicembre 2009

Racconto Breve

Quella fotografia poi non l’abbiamo mai appesa.
Sorrideva in mezzo ai due bambini, sul ballatoio, in una bella giornata di sole di maggio. Stavamo partendo per Firenze per recarci al matrimonio di un amico, anche lui istruttore di vela col quale avevo condiviso belle esperienze di mare.

Era venerdì e abbiamo deciso di andare a Firenze a questo matrimonio, trascorrendo li
il week-end anche se poi, il lunedì mattina lei sarebbe ripartita per la Toscana, isola d’Elba, con la classe della scuola in cui insegnava, per una “settimana azzurra”.
Questa settimana con i suoi ragazzi l’aveva organizzata e preparata lei, curandola nei minimi particolari. Ci teneva molto far fare questa esperienza, non solo didattica, ai suoi studenti: una settimana di corso di vela alternato ad escursioni nelle ex-miniere dell’Elba, un percorso interdisciplinare delle materie di scienze ed educazione fisica.
E poi, e soprattutto, un’esperienza indimenticabile. Un’uscita didattica e non una gita scolastica ribadiva con forza e determinazione.
Il mare, la barca erano la nostra dimensione ideale. Ci siamo conosciuti a maggio di
dieci anni prima in mare, in barca a vela. Quando il lunedì sera ci siamo sentiti per
telefono e le ho chiesto come stava, mi ha risposto: “come vuoi che stia? Sono al
mare!”. Avrei accudito io i bambini in quella settimana, preoccupandomi dei loro
bisogni, portandoli a scuola, ed il piacere di essere sia mamma che papà mi avrebbe alleviato la fatica.
Il vento è fresco, la giornata di sole, le due barche ormeggiate ai pontili aspettano che i ragazzi, divisi in piccoli gruppi di otto, accompagnati dall’insegnante e con lo skipper,prendano posto a bordo dopo la lezione teorica. E’ la prima uscita, per tutti la prima
esperienza velica. L’eccitazione è palpabile, la curiosità di conoscere un nuovo modo di vivere il mare, di stare assieme condividendo emozioni nuove per tutti. Il non sapere
come sarà stare sopra quel guscio di legno spinto dal vento sulle sue vele. Ripassare
mentalmente le cose ascoltate durante la lezione, la sicurezza innanzitutto, indossare il giubbotto salvagente, ascoltare gli “ordini” dello skipper, muoversi con cautela in barca,ma anche ascoltare il vento, capire con il proprio viso da che parte proviene, osservare le vele come sono disposte in funzione della provenienza del vento. Guardare la terra dal
mare, un punto di vista diverso capace di farti scoprire cose che non riusciresti vedere altrimenti. Stare in mare ed ascoltare le emozioni che sa darti.
La giornata è di sole, un sole milanese. La sveglia, la colazione coi bambini, vestirli,zaino di una e sacchetta dell’altro li ho preparati la sera prima, portarli a scuola, prima alla scuola elementare poi all’asilo. Arrivo in ufficio già spossato prima di iniziare a lavorare. Mi aspetta una giornata importante, ho convocato una riunione di direzione in cui devo discutere il piano d’azione per raggiungere gli obiettivi prefissati. Un pensiero a lei, che voglia di essere anch’io al mare!

Gli equipaggi sono pronti, saliti a bordo i ragazzi prendono posto seduti in pozzetto, la prof fa le ultime raccomandazioni poi uno sguardo all’altra barca dove c’è un gruppo distudenti di un’altra scuola, accompagnati dalla loro insegnante, sua amica, con la quale hanno organizzato e programmato questo percorso didattico in comune.
Un sorriso ed il pollice verso l’alto all’amica per dire “tutto a posto, partiamo”.
La manovra di uscita dal porto avviene tranquillamente, le barche procedono lentamente per guadagnare lo specchio d’acqua antistante il marina. La baia racchiude il paese e le case si alternano alle macchie di vegetazione, è proprio vero, il paese visto dal mare sembra più bello che vederlo camminando per le sue strade. Il piccolo isolotto di fronte si avvicina con il procedere della barca.
Sulla barca l’attenzione è alta a tutte le attrezzature presenti, ci sono tante corde
osservano subito i ragazzi, è l’occasione per introdurre accenni di nomenclatura, in barca non ci sono corde ma cime che hanno ognuna una diversa funzione ed ognuna un diverso nome in virtù della funzione che svolge: drizze, scotte, borose, chiamare ogni cosa con il proprio nome è anche una questione di sicurezza. Ma è anche il modo per capirsi immediatamente, per comunicare correttamente un ordine, per regolare al meglio un’attrezzatura. Comunicare, capirsi concetti che aprono la strada a tanti ragionamenti,che ordinano la vita di relazione in barca e non solo. Ecco che la finalità didattica,educativa, formativa di questa esperienza emerge. Vivere un percorso che con l’utilizzo della barca e del mare faccia crescere la consapevolezza che ogni elemento: il mezzo- la natura – l’uomo (la barca – il mare ed il vento – l’equipaggio) interagisce e tutto quello che
avviene in navigazione succede per la relazione che esiste tra questi tre elementi. Così con il procedere della barca e del percorso didattico lei vede l’avvicinarsi dei suoi obiettivi.

Gli obiettivi prefissati in occasione della riunione vendite di inizio anno fiscale non sono ancora raggiunti. Proietto una tabella Excel corredata di un grafico ad istogrammi in cui confronto i dati dello scorso anno, in questo periodo, con i risultati ottenuti ed il target. L’altezza delle colonne colorate mette in evidenza che siamo cresciuti rispetto l’anno precedente, ma che siamo ancora distanti dal target. Siamo a metà del secondo quarter e dobbiamo predisporre un efficace piano d’azione per colmare questo gap.
Chiedo ai responsabili vendite delle aree di illustrarmi l’analisi del mercato delle loro zone di competenza e di fare alcune proposte operative, perché Casamadre non sente ragioni: gli obiettivi bisogna raggiungerli……ma prima coffee-break!
Mi avvicina il capo-area di Napoli: tutto bene a casa? Tutto bene, tutto bene, questa
settimana sono solo coi bimbi, mia moglie sta accompagnando la sua classe al mare ad
un corso di vela. Che bello!

E’ arrivato il momento, issiamo le vele. La barca si dispone in filo al vento. Prima issiamo la randa, la vela più grande, quella attaccata all’albero ed al boma. State attenti sempre al boma, spiega, il suo repentino spostamento in barca può essere pericoloso. State bassi, il boma sulla testa fa male! La randa si alza, sbatte al vento, il rumore è forte, la barca rolla. Quando la vela è completamente issata lo skipper cazza la scotta e poggia leggermente. Il rumore si placa, la barca avanza e si sente lo sciabordio dell’acqua sullo scafo, questo rumore è più piacevole e più tranquillizzante. Adesso è il momento del fiocco. Alzare questa vela di prua sembra più semplice, il rumore del suo sventolio è più tenue. Le scotte del fiocco si agitano in pozzetto come fruste, viene cazzata la scotta di sottovento, la vela si gonfia. Anche questa volta il rumore si placa e si sente solo il suono
del vento e del mare. La barca scivola sull’acqua. Viene richiamata l’attenzione dei
ragazzi su due aspetti: “ascoltare con il volto il vento, capirne la provenienza, anche ad occhi chiusi” ed “osservare la posizione delle vele”. Quando la prua della barca si allontana dalla direzione di provenienza del vento le vele si allontanano dal centro della barca, sono più distanti da noi, la barca procede piatta sulla superficie del mare. Quando le prua della barca si avvicina alla direzione di provenienza del vento le vele rientrano in barca, sono più vicine a noi, la barca si inclina leggermente su un lato, il fischio del vento è più forte nelle nostre orecchie.I ragazzi sono curiosi di sperimentare queste osservazioni. Le sollecitazioni sono tante.
Rendersi conto della posizione delle vele in funzione alla provenienza del vento non
avviene immediatamente, all’unisono. I muscoli si irrigidiscono all’oscillare dello scafo.
Pronti alla prima virata. Si vira. La barca compie un’evoluzione, le vele sventolano e si rigonfiano dalla parte opposta. Cambiamo direzione. Gli occhi ruotano per individuare i punti di riferimento, dov’è l’isolotto? Dove sono le case sulla costa? Il punto di vista cambia. Le emozioni che si provano sono piacevoli.
Ci si avvicina alla costa, le cose che non si riusciva a vedere prima si riconoscono adesso.
Ci si prepara ad un’altra virata. La manovra adesso viene spiegata prima di eseguirla, richiamando il ricordo a quello vissuto poco prima in modo che sia più consapevole. Ci si prepara e si vira. Anche i pesi in barca hanno la loro importanza e ad ogni virata si fa spostare alcuni ragazzi da una parte all’altra del pozzetto. Ora è all’isolotto che ci avviciniamo. Il tempo che passa aumenta la familiarità con quel contesto.
Pronti per un’altra virata. “Viro” grida lo skipper. La barca si piega su un lato,
un’inclinazione nota, conosciuta nelle virate precedenti, non preoccupa più come la prima. La prua cambia direzione, le vele si sgonfiano ed il loro sventolio fa rumore, ma presto si azzittiranno gonfiandosi sull’altro bordo. La barca continua a piegarsi, un’inclinazione lenta ma inesorabile, qualcuno cerca di raggiungere il lato opposto dello scafo, si aggrappa alla falchetta. Ai rumori del vento e delle vele si aggiungono le urla dei ragazzi,le imprecazioni dello skipper. La barca prosegue la sua evoluzione, l’albero adesso è parallelo alla superficie dell’acqua. Lo scafo imbarca acqua, il pozzetto è per metà immerso, il grido della prof “non allontanatevi dalla barca!”. La barca si rovescia completamente. Adesso la sua chiglia emerge dall’acqua e non si vedono più le vele.
Attorno alla barca nella sua innaturale postura l’acqua è un ribollio. Ci si chiama, ci si cerca e si cerca di capire cosa è successo, si cercano i punti di riferimento, si cerca laprof. Eccola che grida di stare calmi di aggrapparsi alla barca, di salire sullo scafo rovesciato. Ci conta, ne manca uno! Lei si immerge, il ragazzo è rimasto impigliato tra le“corde” sotto la barca. Lo raggiunge e con l’aiuto dello skipper lo libera. Riemergono, aiuta il ragazzo a raggiungere gli altri sulla barca capovolta. Lei rimane in acqua, esige il silenzio per poter fare l’appello ed accertarsi che ci siano tutti. Urla i nomi recuperando il fiato tra uno e l’altro. Tutti e otto rispondono, ci sono tutti, tutti sono salvi sopra lo scafo.
I suoi muscoli si allentano, la tensione cala. Quella tensione che le ha dato l’energia per resistere fino a quel momento. Il fiato corto, non riesce a recuperare il respiro e le forze per avvicinarsi alla barca. Adesso c’è silenzio. Lo sguardo compie un arco verso l’alto, vede il cielo azzurro, poi il mare l’abbraccia tenendola con se.

La riunione è ripresa con gli interventi degli area manager. Dati e numeri si mescolano ad argomentazioni che enfatizzano i risultati ottenuti e giustificano gli obiettivi mancati. E’ il budget che è sbagliato, Casamadre non può pretendere che….. squilla il mio telefono. Scusate ho tenuto acceso il cellulare nel caso la scuola dei bambini debba comunicare con me. Pronto…..
Un amico mi aspetta sotto casa, mi accompagnerà in questo viaggio. I bambini
staranno con i nonni per qualche giorno, “farete una vacanza dalla scuola per qualche
giorno”. In macchina tanti pensieri, uno al mare: “ti abbiamo voluto così bene, come
hai potuto farci questo?”. Adesso vado al mare anch’io.

Marino Costadoni

venerdì 20 novembre 2009

Rogoznika - 4 amici in barca

Qualche anno fa. Aprile. Di sicuro prima di Pasqua. Equipaggio di quattro amici che per una migliore armonizzazione si era anche sottoposto a un programma di mostre giapponesi e brunch domenicali giusto per essere certi di condividere più aspetti della vita. Che la vela è una metafora della vita dopotutto.

Due avevano una storia, altri due aspiravano. Lieve e struggente complicazione.

Treno Milano Trieste, classico pc, cellulare, la connessione cade, amen.
Grigio. Plumbeo. Cumulonembi dappertutto. Piove che Dio la manda. Un freddo.

Questo trasferimento era un’emozione, il mio primo, sei giorni Trieste – Rogoznika, con a bordo una specie di guru della vela peccato che non era anche un guru dell’amore. Vabbè.
Oceanis 461 nuovo di zecca che in quattro ci stavamo ampi e una cabina la usavamo come guardaroba. Cerate stivali calzini ‘pile’ e tutto il repertorio.

La cambusa, come la cucina è l’utero della casa, è il cuore caldo della barca. Ci abbiamo messo dell’affetto come si conviene a una rotta medio lunga in luoghi non conosciutissimi con possibili fami da ansia e da freddo.

La neve sulle cime delle montagne della Dalmazia ci dava un brivido dal capello all’alluce, avevamo le tazze nescafè sempre piene di qualcosa di caldo che sembravamo quelli dello spot. Luca ha inventato una cosa fatta di rum e succo di mela che ha battezzato con un nome simile a Szot, ma non mi ricordo bene. Del resto non ci si poteva aspettare qualcosa di diverso da uno che va pazzo per i libri di Chuck Palanhiuk, mi aveva regalato Dance Dance Dance di uno scrittore giapponese contemporaneo ambientato in un albergo spettrale e Valzer di Un Giorno di Gianmaria Testa che ascolto ancora adesso.

Silvia stava spesso male, sopra o sottocoperta non importa. Sempre nausea. Correva a poppa sovente. Che disastro. Ci eravamo affiatate parecchio in una vacanza in Sardegna, bella barca, Palau – Maddalena –Budelli – Corsica. Bell’equipaggio di gente magicamente e chimicamente simile, siamo rimasti amici per un bel po’. Belli i pacchetti e le carbonare insomma le solite cose, ma io era po’ che non andavo in barca e i posti e i momenti erano davvero speciali. Non lo dicevo solo io. Poi lo skipper armatore era un grande, piaceva a tutte e due. Mi ha insegnato a cazzare il meolo che fa sempre una differenza sulla balumina del fiocco.

Tornando alla Croazia comunque abbiamo trovato una sola giornata di sole a Pola che sembrava di sognare. Tavolini dei bar all’aperto, piazzetta animata con fontanella e reti stese. Ce la siamo goduta e come i criceti abbiamo immagazzinato quel tepore che doveva durare per un po’.

E poi via quaranta, cinquanta miglia al giorno no stop spesso a motore per tenere la tabella di marcia. E quando non reggevo fuori, giù sottocoperta al freddo, meno male che mi hanno prestato un secondo paio di pantaloni, così potevo stare accoccolata in dinette a pensare e leggere, ho anche scritto una mail che mandarla di lì non era uno scherzo:

IL MARE ... è bello viverlo da soli ma anche condividerlo, come tutto del resto.
Il mio legame con il mare comincia credo nei geni poi va avanti con il mio segno che è quello dei pesci e non finirà mai.
E ho riscoperto il piacere di navigare, allora siamo partiti da Trieste sotto la pioggia e il mare era plumbeo come anche il cielo e l'anima in forse solo i gabbiani continuavano a chiamarsi poi quella nausea balorda tutto il giorno non ha mai smesso.
Quando proprio credevo di non farcela avrei voluto il maglione di qualcuno già caldo da mettere, sotto coperta rannicchiata triste ma di quella tristezza felice, da mare insomma, allora da nord è arrivata una lama di sole e ha riscaldato la superficie delle onde e gli occhi e la cima delle montagne della dalmazia innevate. Allora finalmente senti che le cose si trasformano, le onde per prime perché non stanno mai ferme, ti buttano fuori un delfino da un momento all'altro che ti viene voglia di accarezzarlo.
Così si è acceso il tramonto su un giorno che sembrava perduto, su un tempo che ora rivorrei ma era già condannato a virare, e i giorni dopo brulli, lungo isole sperdute quasi da robinson e il vento in fronte con i nodi che sono venuti tutti al pettine ma non erano tanti.
La gioia della notte in rada e forse in giro c'erano i pirati o era bello pensarlo e si dondola con lo sciabordio lieve che ti accarezza.

Scendendo verso sud abbiamo trovato porticcioli di isole quasi deserte sempre con qualcuno che ci correva incontro proponendoci di pranzare nel loro ristorante, dei calamari così buoni non li ho più mangiati. Insalata dell’orto come quella di Maramao.

E poi le Cornati, mitiche Incoronate. Le abbiamo fatte dall’interno, il mare era più clemente. Pelate come patate, se penso alle Ebridi le immagino così. Basse scure tante. Sotto un cielo cupo. Ma è così che le voglio ricordare, sotto il sole non comunicherebbero altrettante emozioni…Marco era sempre a fare rotte e a far su cime nel poco tempo in cui non stava al timone, ha anche lavato il ponte, una grande lezione anche quella: da prua a poppa. Mi prendeva in giro per il piede marino, facevamo degli ormeggi silenziosi e magistrali. Peccato che la storia sia finita lì. Un giorno dopo che facendo una passeggiata sulla cima di una delle isole avevamo trovato dei bellissimi fiori di tanti colori, ecco dicono che non si portano mai fiori in barca ora l’ho capito.

Ma il sonno in quella rada anche se ho pianto è stato dolce, Luca diceva che se fossero arrivati i pirati gli avrebbe fatto un parlato veloce al collo. In effetti di notte capitava di sentire il motore di una barca e poi c’eravamo solo noi: avrebbero potuto farci qualunque cosa nel più puro stile Conrad.

Ricordo che abbiamo parlato ma non troppo, le nostre cene nel quadrato erano ordinate e qualche volta si rideva, parecchio, poi tutto tornava tranquillo. Che bella atmosfera. Che bella famiglia. L’acqua fumante e la pasta e il sugo come da bambini. Al ritorno ho sofferto per giorni, abbiamo sofferto perché ci scrivevamo di continuo, nel traghetto di ritorno ho perso un anello che era quello che sognavo per il fidanzamento.

L’ultimo pranzo è stato nel porto di Rogoznika, nuovo di zecca, ristorante di lusso con agnello e vino rosso perché era Pasqua. Dovevamo festeggiare il giorno della resurrezione e l’arrivo a destinazione e la consegna della barca. Il mio primo trasferimento, forse la mia più grande emozione in vela. Forse la nostra.

R.

giovedì 8 ottobre 2009

Storia di Bet

Ciao a tutti, eccomi qui, Lisbet, Bet per gli amici. Sono nata a Stoccolma trentacinque anni fa. Sì, avete indovinato, sono proprio quella lì, la svedese purosangue, il sogno proibito di tutto il parco uomini mediterraneo, nessuno escluso, dai cinque ai novant’anni. Occhi celesti e chioma d’oro al vento. Gambe da gazzella; alta, flessuosa. Sorriso irresistibile. Shorts & Top. Chiamami Peroni sarò la tua birra.
Dalla mia prima calata a sud col sacco a pelo, a quindici anni, avevo già capito come funziona: i maschi ti amano, le femmine ti odiano. Tutto chiaro, non fa una piega. Nel mare nostrum, mai sei ignorata, esisti sempre nello specchio degli sguardi, nella scia dei pensieri. La gente ti scruta nel riflesso dei vetri dei negozi, dagli specchietti retrovisori delle automobili, dietro gli occhiali da sole. Ti fissa, ti squadra, ti pesa. Sorride, parla, fischia, fa gesti. Mai passi inosservata, e ogni volta che rientravo a Stoccolma, nel grigiore del nulla, nell’invisibilità, volevo saltare di nuovo sullo stesso treno e ritornare in quel mondo incantato dov’ero principessa e sirena.
Ma il Sud, per me, è soprattutto Mare. Non il Baltico, gelido e cupo persino in estate.
Mediterraneo.
Caldo.
Libertà. Infinito.
Luce e colori.
Sole e acqua.
Ogni centimetro del tuo corpo è vivo, arroventato al sole, rinfrescato in acqua, abbandonato al fluire di giorni senza tempo.
Sognando il Sud di lontano, rimpiattandolo in un remoto angolo del mio cervello, ho continuato a vivere in Svezia. Gli anni passavano. Mi sono laureata in legge senza colpo ferire, a pieni voti; master in LLM – diritto internazionale - e poi, non chiedetemi come, a ventisei anni ero già finita a Toronto, Coca Cola Law Department. Wow, challenging! Ero diventata una work alcoholic. Una tigre, volevo affermarmi a tutti i costi. Ecco il mio timetable da lunedì a domenica, feste comandate escluse: casa–lavoro-casa. Ambizione e grinta, adrenalina pura al mille per mille, meglio della coca; macinavo successi e andavo avanti come un bulldozer in tailleur.
Poi, un giorno, l’amore.
Ho incontrato Pieter, un ingegnere chimico olandese originario di Rotterdam, anche lui assoldato by The Coca Cola Company. Ci siamo conosciuti durante uno di quei tristi eventi aziendali inventati dalle Human Resources per consolidare il team, per renderlo più compatto, aggressivo e competitivo nella giungla del libero mercato: Lake Ontario, regata, metà maggio. Un freddo cane, una banda di sciamannati incapaci. Io e Pieter abbiamo vinto la coppa. Dico io e Pieter perché gli altri in barca non sapevano neanche allacciarsi il giubbetto salvagente. Del resto, avrebbe vinto anche un bambino alle prime armi con la sua deriva: le altre barche giravano in tondo senza meta, prede di equipaggi allo sbaraglio, usi unicamente a picchiettare su tastiere o ad alzare cornette del telefono. Siamo finiti a letto quella sera stessa, a bere champagne dalla coppa col gambo a forma della celeberrima Vintage diamond label Coca Cola bottle, 1906.
Da allora, io e Pieter non ci siamo più lasciati.
Sempre lo stesso timetable, casa-lavoro-casa, solo che a casa scopavamo come matti.
Tre mesi dopo, mi sono trasferita da lui.
Sei mesi dopo, ci siamo sposati.
Quando Pieter non contava quante bollicine ci sono in un metro cubo di bibita gasata e io non difendevo la Coca Cola dalle accuse infamanti di violazione dei diritti umani, lavorativi e sindacali, volavamo in Grecia, saltavamo su una barca e, mollati gli ormeggi, ci perdevamo tra Cicladi, Ionie e Dodecaneso; ci spingevamo fino in Croazia, su, nella sacca dell’Adriatico, oppure, vento in poppa, veleggiavamo ad oriente, rotta Cipro.
Questa era la nostra vita, e mi andava benissimo così: due professionisti di successo, ben pasciuti e coccolati sotto l’ala protettrice dell’immane chioccia Coke. Loft immenso con vista su Lake Ontario, ambiente sociale multiculturale e multietnico (quando, una volta al mese, avevamo un weekend libero dal lavoro; oppure se non balzavamo sul primo aereo, destinazione Atene, per ossigenarci il cervello e il cuore nel mar Egeo).
Poi sono nati Björn e Greta, e l’incantesimo del nostro microcosmo borghese si è frantumato in mille pezzi. Non è accaduto all’improvviso, le crepe si sono aperte a poco a poco. Pian piano, niente aveva più senso. La carriera, le promozioni, i bonus non ripagavano le giornate e i weekend dedicati al lavoro e sottratti ai miei bambini, parcheggiati in un asilo nido di lusso, o in balia di babysitter iper-referenziate. Pieter aveva preso a viaggiare negli stabilimenti Coca Cola di mezzo mondo, pagato a peso d’oro e trolley sempre pronto. Mi faceva l’amore tra un viaggio e l’altro, stordito dal jetlag e dai report che doveva consegnare il giorno successivo. Scopava col ritmo meccanico di un marine yankee, sapete, quando fanno le flessioni, nei film d’azione c’è sempre la scena delle flessioni. Mi sono insospettita e ho domandato ragguagli: così, ho scoperto che negli alberghi dove pernottava faceva sempre due ore di training al gym dell’hotel per mantenersi in forma, una alla mattina e una alla sera. Orrore, il mio Pieter un palestrato! Un Big Jim con personal trainer a seguito! Lui che ha sempre fatto sport all’aria aperta, per gioia di vivere! Come eravamo caduti in basso.
La nostra splendida casa sembrava un museo d’arte moderna. Nel giorno di chiusura, ovviamente, cioè di lunedì, quando non sono ammessi neanche i visitatori. Il vuoto. Il deserto. E, infatti, un paio di riviste di design hanno scattato foto e scritto articoli encomiastici. Ricordo di essermi seduta con la rivista sulle ginocchia, fissavo il reportage e piangevo. Il pezzo si intitolava così: The King of Toronto Lofts, a Corner of Modern Paradise. Avevo già messo a letto i bambini. Le lacrime allargavano dei pois umidi e rotondi sulla carta patinata. Devo aver pianto per ore, in silenzio, perché Pieter tornava dal Brasile e mi ha trovata ancora lì verso mezzanotte.
Ha posato il trolley in un angolo e si è allentato il nodo della cravatta.
Poi ha stracciato la rivista d’arredamento, pagina per pagina e mi ha presa in braccio sul divano, cullandomi come una bambina.
“Basta, da oggi cambiamo vita.” ha detto.
E così è stato.
Quella notte abbiamo scopato come la prima volta, mancava solo la coppa col gambo a bottiglietta. Non l’abbiamo rimpianta, faceva già parte del passato. Nella foga della passione, ho rovesciato un bicchiere di cognac sul tappeto afgano che valeva una fortuna. Ne abbiamo riso; Pieter mi ha versato il resto del cognac tra i seni e sulle cosce e ha preso a leccarmi.
E’ stato un buon inizio.
Siamo partiti vento in poppa. E’ stato tutto facile.
Coca Cola bye bye, buonuscita da capogiro inclusa.
Compriamo subito una barca a vela in un cantiere di Genova, Italia. Una magnifica Bavaria 50, nuova di zecca, lunghezza 15.40 metri, versione cinque cabine con tre bagni, tutti dotati di doccia; posti letto dieci più due.
Poi l’agenzia immobiliare: For Sale: Luxury loft, Toronto, marvelous view over lake Ontario. Detto, fatto. Tre settimane dopo, eravamo dal notaio con un architetto di grido, che ha trasferito sul nostro conto una cifra esorbitante.
Investiamo i nostri risparmi in un portafoglio nutrito e diversificato con l’aiuto di Timothy Parker, nostro financial advisor e buon amico, che ci guarda allibito, come fossimo marziani.
“Ma davvero andate a vivere su una barca? Gesù! Mi viene un attacco di claustrofobia al solo pensiero! Nel mediterraneo? Gesù!!! Vi ha dato di volta il cervello? Per sempre? Gesù!!!!!!! E quando finiranno i soldi? Perché prima o poi i soldi finiranno, se siete in vacanza trecentosessantacinque giorni all’anno!” raffica di domande atterrite.
“E’ una barca grande, Tim, una reggia, quasi come il loft!” scherza Pieter “Quando finiranno i soldi, entreremo nel business del turismo, se sarà necessario, altrimenti ci godremo la nostra libertà. Bisogna uscire dal sistema, Tim, o esci, o lui ti distrugge, no way.”
Pieter è sicuro di sé, sorridente.
“E i bambini?” Tim si gioca l’ultima carta, l’infanzia violata.
“Greta e Björn hanno due e quattro anni. Impareranno un sacco di cose in barca. Prima di tutto a sentirsi liberi, a non essere schiavi di nessuno, a scegliere. Per la scuola, si vedrà quando sarà il momento.” rispondo serena; so che nei miei occhi risplende l’azzurro del mare, sono trasparenti e leggeri come i miei pensieri.
“Boh, in bocca al lupo, ragazzi… per me è una follia! Siamo amici, non posso tacere! Comunque… siete adulti e vaccinati, per carità… state attenti, però…” Tim capitola, scuote la testa, ripone i documenti firmati nella sua ventiquattrore. Ci abbraccia e se ne va, sconsolato.
Lo guardo dalla finestra. Ventiquattrore tra le gambe, sta indossando il cappotto, rispondendo al blackberry, cercando il telecomando dell’auto. Tutto insieme. E’ incazzato, forse parla con un cliente scontento. Intanto, scende la pioggia, fitta, gelida. Tim gesticola, discute rabbioso; poi si infila nella sua BMW e parte sgommando.
“Dio mio, meno male che è finita per noi questa vita!” sospiro, ed provo pietà per Tim.

Ricordo il primo giorno sulla barca come fosse ieri. Pieter l’aveva chiamata Lizbet in mio onore. Era il 27 di aprile. Sembravamo due bambini folli di gioia. Uscivamo dal porto antico di Genova e litigavamo per il timone, Björn e Greta ci fissavano buoni buoni seduti sui panchetti, mano nella mano. Erano grida e abbracci. La barca zigzagando ubriaca ha preso il largo e, una volta in mare aperto, ha spiegato le sue vele arcobaleno, volteggiando come una farfalla variopinta.
E’ così che mi sono sentita anch’io: bozzolo, crisalide e, finalmente, farfalla.
Puntammo ad ovest, Nizza. L’idea di massima era di passare l’estate tra Francia e Spagna, (Marsiglia, Barcellona, Baleari, Valencia e tutta la costa spagnola a sud, in Andalusia fino a Gibilterra) e di costeggiare il Nord Africa in inverno: Marocco, Algeria, Tunisia; poi su, Sardegna, Corsica, Sicilia. E dopo chi lo sa. Non facevamo programmi, non avevamo agendine elettroniche; i cellulari e il laptop erano solo strumenti, non oggetti di culto tirannici che scandivano le ore della nostra vita. Come per magia, si erano trasformati in cose senza importanza. Ormai eravamo fuori; le catene della dipendenza si erano sbriciolate per sempre.
I primi mesi non li dimenticherò mai. Ci sentivamo come su di un vascello pirata, oppure sull’Isola che non c’è di Peter Pan. Ogni giorno scoprivamo posti nuovi, ogni giorno era un’avventura in cui ci imbarcavamo con i nostri figli; eravamo diventati una famiglia di quattro bambini. Non credo di essere mai stata così allegra con Greta e Björn, così leggera. Era tutto facile, anche quand’era difficile. Nel Golfo del Leone, ad esempio, ci siamo beccati una tempesta degna di quella descritta da Coleridge nei versi dell’Ancient Mariner. Nei pressi di Almeria, invece, una bonaccia mortifera. Non un filo di vento per tre giorni, temperatura dai trentasei ai quaranta gradi, giorno e notte, motore e motorino d’emergenza entrambi inspiegabilmente fuori uso (abbiamo scoperto poi che Björn, una mattina, preparando la colazione per tutti, aveva ben pensato di zuccherare la benzina, per darle più energia, ci ha spiegato). Alla fine, una barca di pescatori ci ha rimorchiati fino al porticciolo di San José, dove siamo approdati come i profughi di Lampedusa, Dio mi perdoni il paragone con quei disperati.
Poi è successa una cosa.
A Greta le è montata la febbre a quaranta e passa. Eravamo a Gibilterra. Non voleva saperne di scendere. Si era presa un’otite lancinante. Sbatteva e scuoteva la testa per il dolore. Gli antibiotici non facevano effetto. Dopo tre giorni, era così indebolita e annientata dalla sofferenza che se ne stava sottocoperta a piangere piano, la testina bionda sul pavimento, accucciata come un cane in agonia che guaisce senza capire cosa gli sia successo, eppure sa che sta morendo. L’abbiamo ricoverata in un ospedale in male arnese. Mio Dio, lì sì che ho perso il controllo. Sono come impazzita. Lì sì che avrei voluto volare in elicottero al primo ospedale di Toronto e trovare un’equipe medica all’avanguardia che si prendesse cura di mia figlia. Ho perso il controllo. Sono impazzita. Ho fatto una scenata orrenda nella hall dell’ospedale. Ho maledetto la barca, il medico che mi parlava spagnolo e non capivo un cazzo, l’ho afferrato per il colletto e gli ho strappato il camice. Ho maledetto l’incoscienza di Pieter che mi aveva trascinata in un incubo senza fine. Urlavo come un’indemoniata. Ho avuto una crisi di nervi per la prima volta nella mia comoda, dinamica vita. Pieter mi ha immobilizzata e un’infermiera mi ha iniettato un sedativo. Passata la notte, Greta stava lievemente meglio, la febbre era un po’ calata. Nei giorni successivi, gli antibiotici cominciavano a fare effetto, finalmente. L’otite se ne andava; ha lasciato Greta senza danneggiarle i timpani. Nel giro di una settimana, la bimba si era ripresa, zero conseguenze. Mi vergognavo e mi sentivo in colpa. Ho chiesto scusa a Pieter in ginocchio, ho abbracciato Björn domandandogli perdono per lo spettacolo di debolezza e prostrazione che gli avevo inflitto. Sono tornata dal medico spagnolo a dirgli che aveva salvato mia figlia e gliene ero eternamente grata.
Due settimane dopo, abbiamo ripreso il nostro viaggio.
Tutto era tornato come prima.
Passato lo stretto, puntavamo verso Cadice, eravamo emozionati, wow, la prima volta nell’Atlantico da soli, con la nostra barca. Brezza moderata. Io e Pieter ci sentivamo tanto Amerigo Vespucci e Cristoforo Colombo. Greta gattonava sottocoperta. Björn costruiva un veliero coi mattoncini Lego sul ponte. Tutto era tornato come prima. Eppure, a pensarci ora, in quei giorni in cui credevo che Greta morisse, qualcosa d’ineluttabile, di sotterraneo, era successo. Non eravamo più Peter Pan e Wendy sull’isola che non c’è, Campanellino aveva finito la polvere magica. Mio marito, lo so, non mi ha mai perdonato le sciagurate accuse che gli ho vomitato in faccia ingiustamente nell’ospedale di Gibilterra, ci sono parole che ti marchiano a fuoco per la vita. Björn, a quattro anni, aveva visto per la prima volta l’orrore della morte riflesso nei miei occhi. Ancora oggi, quando ha paura o è smarrito, quando si sente in pericolo, prima di strizzare le palpebre e portarsi le manine sulla faccia, sgrana gli occhi terrorizzato, ed è lo sguardo con cui mi fissava in quei giorni, uno sguardo muto, impotente di fronte a una catastrofe irreparabile, troppo grande per lui.
Da Cadice abbiamo ripiegato su Tangeri, Marocco, la "porta dell'Africa". Attracchiamo in uno Yacht Club nuovo fiammante, ricavato nel vecchio porto e destinato a ospitare solo approdi per barche private, l’insegna luminosa al neon, violetta. Sono rimasta affascinata da questa città di frontiera, sporca, decadente e caotica. Tangeri è abbandonata a se stessa. Gli speculatori edilizi impazzano sulle fastose rovine che, dagli anni Venti fino ai Cinquanta, hanno visto le feste leggendarie organizzate dalla miliardaria Barbara Hutton, o Rita Hayworth e Gina Lollobrigida apparire nel lampo dei flash dei paparazzi.
Nella Medina ho imparato a girare mascherata, con un bel caffetano e velo in testa, occhialoni da sole e via. Per una bionda, andare in giro nel Nord Africa è un’odissea, oppure, per usare una metafora più moderna, è come stare in un videogame dove incontri ostacoli dietro ogni angolo, cioè uomini che ti assediano. Ricordate Chiamami Peroni sarò la tua birra? Ecco, cento, mille volte peggio. Ne avevo abbastanza, cazzo! Pieter avrebbe dovuto farmi da bodyguard ventiquattrore su ventiquattro, armato di lanciarazzi, ovvio. All’inizio era divertente, folklorico. Ma il divertimento è durato poco. Mi sentivo assediata e alla fine non uscivo più per non trovarmi nei casini. Rimanevo a bordo.
A bordo, però, non avevo un mio spazio: la barca era il regno, il territorio indiscusso di Pieter. A parte occuparmi dei bambini, cucinare e dargli una mano durante la navigazione, stavo lì a girarmi i pollici. Pieter decideva quando si salpava e per dove. Seguiva la meteo, teneva i contatti radio, sbrigava la burocrazia portuale, si occupava di rifornimenti, manutenzione e cambusa. Persino le pulizie le faceva lui. Era affaccendato e contento tutto il giorno. “Lisbet”, la barca “Lisbet”, ovvio, non io, era la sua creatura e il suo mondo, e ne era perfettamente felice. Io e i bambini eravamo suoi ospiti, non so come spiegare. Conoscevo la legge non scritta della navigazione: “Su una barca c’è un solo capitano, e comanda lui”. E’ come in cucina, anche in cucina c’è un solo cuoco, e comanda lui. Avevo accettato che il comandante fosse Pieter, non fraintendetemi, però gradualmente mi sentivo spogliata di me stessa: amavo occuparmi di Björn e Greta, ma non sono mai stata una mamma a tempo pieno. A bordo non avevo task impegnativi, a terra non potevo azzardarmi a mettere il naso fuori dalla riserva indiana dello Yacht Club.
Ero prigioniera della mia libertà.
Ho sempre odiato gli ossimori, ma era proprio così.
Ho cominciato a fumare, con disapprovazione di Pieter.
Con skype, appena potevo, chiamavo i miei ex-colleghi, gli amici, addirittura i familiari in Svezia. Ecco cosa mi dicevano:
“Sei in Marocco? Che fortuna, qui a Toronto dieci sottozero, cara mia!... El Jabha? No, non so niente di El Jabha, ma solo il nome mi fa pensare a dune, sole e tè nel deserto!” oppure:
“Tesoro come ti invidio, devo consegnare un memo difensivo di duecento pagine entro mezzanotte!... Dire che sono disperato non rende l’idea. Se perdiamo, scatola sulla scrivania e Coca Cola adieu, calcio in culo assicurato! Nel caso, prendo il primo volo per Marrakech e vengo a fare il mozzo sulla vostra barca, che ne dici?... Dove hai detto che siete?... Al Hoceima? Affare fatto, segnato in agenda, ora devo scappare, Bet, scusa, ti faccio sapere com’è andata, prega per me!”
O ancora, mia sorella Estrid:
“Sì, Bet, mamma è scivolata sul ghiaccio del vialetto… no, niente di rotto, solo una slogatura alla caviglia e una distorsione del polso, nulla di grave… No, non ti preoccupare… ma figurati, non c’è bisogno che tu venga su, ci mancherebbe! Tra un mese torna come nuova, lo sai che mamma è una roccia!”
Telefonavo. Mi facevo raccontare la vita degli altri, volevo dettagli; mentre parlavano li vedevo fare cose, prestar fede ad impegni, risolvere preoccupazioni. All’inizio, li compativo: “Poveretti, sono sempre più stressati! Invece noi qui in Marocco viviamo da pascià: dolce far niente, mare, sole, pesce alla brace e frutta fresca tutti i giorni!”. C’era qualcosa di falso nei miei pensieri, volevo convincermi, o perlomeno rassicurarmi.
Un giorno, invece, mi sono detta la verità: “Altro che poveretti loro, poveretta tu! Li stai invidiando Bet, li stai invidiando! Sei una sfigata e basta, cala la maschera!”. E’ stata un’epifania. E’ accaduto mentre bevevo una tazza di tè. Un’epifania ma anche una liberazione. Avevo acceso l’ennesima sigaretta: invidiavo i miei ex-colleghi, i miei amici, mia sorella! Io, io che non avevo mai invidiato nessuno in vita mia! Quest’ammissione con me stessa mi ha lasciata sbigottita e confusa. Ho cominciato a mettere insieme i pezzi del puzzle: forse era il Nord Africa che non andava, era per questo che mi sentivo sempre più frustrata. Non parlavo con nessuno, telefono a parte; con Pieter non ci dicevamo più un granché; io non avevo niente da raccontare, e le volte che volevo aiutarlo capivo che se la cavava meglio da solo. Parlavamo dei bambini e con i bambini, questo sì. Non facevamo neanche più l’amore così spesso: a furia di stare gomito a gomito giorno e notte, avevamo perso il desiderio l’uno dell’altra, la consapevolezza di noi, dei nostri corpi. Non mi sentivo più donna, femmina per il mio uomo. Un giorno, l’ho visto guardare fisso una barca: c’era una ragazza sopra, prendeva il sole. Non era né bella, né brutta, ma negli occhi di Pieter leggevo che vedeva in lei una donna; era un maschio che avvistava una femmina: scrutava il suo corpo, il profilo del viso, i capelli. Poi si è girato verso di me e mi ha chiesto una cima: sorriso gentile, sguardo vuoto, voleva solo la sua cima e nient’altro.
L’inverno è stato un inferno, scusate il gioco di parole da due soldi, ma è stato proprio così: abbiamo costeggiato l’Algeria fino in Tunisia e ogni giorno c’era un problema. Porticcioli schifosi e non attrezzati, acqua potabile razionata, uno squarcio nella randa, una notte hanno tentato un furto e puntualmente dovevamo pagare “mazzette” ai portuali di turno. Ogni tanto mi ammutinavo perché volevo prendere il comando; era più forte di me, mi sentivo ridotta al fantasma di me stessa. Pieter, allora, ristabiliva l’ordine sulla barca alzando la voce, e la gerarchia ritornava quella di prima. I bambini ci guardavano ammutoliti. Anche Greta e Björn erano cambiati: erano sempre nervosi, sentivano la tensione nell’aria che a volte si tagliava a fette e reagivano come potevano. Greta faceva i capricci, lei che era sempre stata una pacioccona, dove la mettevi stava; Björn si rabbuiava in corrucciati silenzi. Costruiva grattacieli di mattoncini Lego che immancabilmente franavano e allora ricominciava daccapo, cocciuto, autistico. Io fumavo, la mandibola serrata e l’occhio perso in mare.
Una volta, ho provato a parlarne con Pieter. Eravamo sul ponte, i bambini riposavano di sotto. Non ha voluto neanche ascoltarmi, lui che un tempo era così conciliante, sempre il primo a fare la pace. Per lui, adesso, andava tutto bene:
“La barca è perfetta, Bet, i bambini sono bambini, non puoi pretendere che siano sempre di buon umore o che non facciano capricci ogni tanto. Sai una cosa?” e poi l’affondo, non me lo sarei mai aspettato da Pieter:
“Se c’è qualcosa che non va in barca, quella sei tu, Bet, scusa se te lo dico. Sei tu che non sai quel che vuoi. Eri stressata e depressa a Toronto. Ok, allora abbiamo venduto tutto e siamo andati per mare. Adesso sei stressata e depressa anche per mare. Se c’è qualcosa che non va, quella sei tu. Meglio se ti chiarisci le idee, Bet!”
Ero rimasta senza fiato. Mai Pieter mi aveva parlato in quel modo. Non so cos’era successo in dieci mesi di navigazione, ma qualcosa di orrendo era accaduto. Non avevo bisogno di capire, lo sentivo e basta. L’ho visto saltare a terra come un puma e allontanarsi sul molo. Le spalle larghe, abbronzato, biondissimo. Ma quel che più mi ha fatto impressione è stato il suo modo di camminare, non so come spiegarvi: da conquistatore, indipendente, autonomo, padrone di se stesso, della sua vita. Era un nuovo Pieter, un Pieter che non conoscevo. Ora esistevano solo lui, la sua barca e il mare. Io e i bambini eravamo diventati delle comparse; accessori della barca, accessori della sua nuova vita.

All’inizio del racconto, quando vi ho narrato del mio primo incontro con Pieter, ho detto che da quel giorno non ci siamo più lasciati. Ho mentito. Dolosamente. Volevo raccontarvi una bella storia a lieto fine, stile “e vissero felici e contenti”. Vi chiedo scusa, non era per ingannare voi, era per ingannare me stessa. Volevo riscrivere la mia vita, volevo illudermi un po’; giusto il tempo di buttar giù queste pagine.
Io e mio marito ci siamo separati dopo tredici mesi di navigazione, quando oramai in barca era guerra aperta. Sono rientrata in Canada con i bambini. Ottawa, Ontario. Adesso lavoro all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Niente stipendi stratosferici come da mamma Coke, ma amo quello che faccio e credo in quello che faccio. Björn e Greta si stanno riprendendo; l’estate prossima andranno in barca col papà, non vedono l’ora; contano i giorni che li separano dalle vacanze sul calendario. Pieter adesso organizza crociere in Grecia per i turisti e sembra felice, anche se gli mancano da morire i bambini, ovvio.
Io vado avanti, cercando di ritrovarmi a poco a poco.
Cerco di capire cosa ci è successo.
Ancora non ho smesso di colpevolizzarmi per atteggiamenti sbagliati e scelte avventate, ma credo che la strada sia lunga.
Cerco di non rimpiangere cosa non è stato, ma la mia illusione ricorrente è ancora quella di fare stop rewind, come in un film preso in affitto.
Ieri, un collega nuovo mi ha portato il caffè in ufficio. Si chiama Peter, anche lui, solo si scrive senza la “i”.
“Grazie Pieter!” gli ho detto, e annusavo l’aroma buono per trovare la forza di ricacciare indietro le lacrime.

mercoledì 7 ottobre 2009

Non farò prigionieri

Non farò prigionieri ! o meglio , non dirò né nomi né cognomi.
Prima che mi accingessi anni fa a far quella decina di viaggetti che poi ho fatto in barca, mi dissero, chi per mare era avvezzo ad andare, che il bello del navigare era la miriade di tipi di gente che potevi incontrare.
Ed avevano ragione . Ora, fare l’elenco di tutti i personaggi che ho incontrato in questi anni sarebbe troppo lungo e ci vorrebbe tempo e spazio in “sovrappeso”.
Qualcuno, sbagliando, continua a sostenere che in mutande (leggasi in questo caso slip da bagno) siamo tutti uguali, uomini e donne.
Stupidata micidiale ! non è assolutamente vero! Il festival di quelli in mutande in barca in realtà non è altro che una assoluta molteplicità di pieces teatrali dove ognuno vi recita una parte diversa o per dirla in altro modo , una babilonia di linguaggi e comportamenti. Amanti della sabbia bianca, marinai con i calli sulle mani, donne secche ma immobili e matrone ma mobilissime, nuotatori assidui, ziette all’avventura, cannibali divoratori di antipasti e stuzzichini, omosessuali ed eterosessuali e asessuati, ingegneri e bucanieri e personaggi dai mille mestieri e senza alcun mestiere, coloro che per scolare la pasta non usano lo scolapasta, coloro che hanno il coraggio di bere acqua minerale con anidride carbonica aggiunta alla temperatura di quaranta gradi (ma non è colpa loro! : loro si adattano! È stata quella stronza che ha voluto fare la cambusa che ha riempito la barca con cento litri di acqua..gasata appunto e non naturale), manager e semplici amanti della tazzina di caffè dopo i pasti eccetera eccetera , si muovono fisicamente in modo molto diverso in barca , ne assaporano le oscillazioni e i mutamenti di stato con fenomenologie comportamentali opposte e variegate.
Mi farebbe dunque assai piacere raccontare di due tipetti incontrati nel mio relativo navigare per mari . Due tipetti con movimento corpontamentale diametralmente opposto ma in ambedue i casi efficace al luogo in cui sono finiti per libera scelta.
Fedele all’ assunto iniziale, non farò prigionieri , li chiamerò : 1 l’armatore e 2 il gatto

1-L’armatore o della forza del non movimento.
E’ difficile stare fermi quando tutto si muove intorno a te. Ancora ancora quando si è in banchina ad osservare il mondo di chi va per mare, ma ben altra cosa quando stai su una barca monoscafo di bolina con 40 nodi di eolo dispettoso.
Stava lì con il suo minuscolo bagaglio, lui che pesava sui 90 barra 100 kg, sulla banchina di un porto della Grecia ionica ad attendere il suo turno per imbarcarsi, capire dove riporre il bagaglio, capire dove avrebbe dormito per ben quattordici notti.
Stava calmo e serafico con tutto intorno che si muoveva e si agitava. Ogni tanto una grattatina sulla testa senza capire se per perplessità sullo stato delle cose o se per qualche fastidioso prurito. La giornata solare e tersa, regalava un maestrale godurioso ma non arrabbiato che spostava foglie , cartacce abbandonate, ma soprattutto faceva oscillare gli alberi delle barche e gli scafi pure, che a star a fissarli come ci stava lui ci si faceva venire il mal di mare pur stando a terra. E tutto intirno a lui era una agitazione: chi sbarcava, chi si imbarcava, chi lavava le barche, e tanto altro movimento ancora. Ma lui no , immobile, una mezza sigaretta in bocca, spenta. Insomma, non fumava, non si muoveva e che non guardasse alcunché pur mi pareva. In compenso lo guardavo io mentre aiutavo i compagni di avventura a salire sul quel 42 piedi

noleggiato per l’occasione. Mozzo di seconda classe allungavo le mani per aiutare la gente a salire e confortavo a non aver paura e consigliavo le femmine fifone e titubanti ad allungare oltre che il braccio anche la gambetta in avanti, preoccupandomi di informarle che quel doppio gesto doveva essere accompagnato da un terzo ancora più importante: lo spostamento in avanti dell’intero corpo, questo per evitare di finire tra la poppa della barca e la banchina in una tipologia d’acqua , diciamo così, non propriamente salutare : l’acqua del porto, con i suoi topi morti e i residui biologici fertilizzanti, si sa non è proprio un luogo dove fare un bagno. Alla fine gli chiesi se voleva salire pure lui. –certo- mi rispose infilando la mezza sigaretta nel pacchetto da dove probabilmente era stata presa. Allungandomi la mano e allungando la gamba si era però dimenticato del terzo movimento, così che ad una mia maggiore trazione del braccio verso di me dovette accompagnarsi un maggiore allungamento della gamba di lui, cosa che provocò una sbandamento del 42 piedi . La piccola borsa mi finì tra le braccia e lui , per via del movimento scomposto , in coperta con grande fracasso.
- scusa
- -niente, ciao , io mi chiamo LALTRO senza apostrofo e tu ?
- ah, io IO tutto maiuscolo e suono la chitarra ma la chitarra non l’ho portata !
- e come mai ?
- Troppo ingombrante. Ciao cerco di capire qual è la mia cabina
- Ok IO
Stava là ed ora stava lì sotto, proprio sotto i miei piedi nella cabina di destra a poppa. Ma un musicista senza chitarra che musicista è ? E soprattutto dove trovava la forza e l’agilità delle dita per suonare una chitarra ?
*******
Nei giorni seguenti ebbi modo di osservarlo da più vicino , essendo spesso a poppa a fare il prodiere. Lui lì sempre seduto a poppa a destra o a sinistra a seconda dello sbandamento della barca. Immobile o quasi, con movimenti appena impercettibili sfilava spesso da un morbido pacchetto una sigaretta che fumava fino al filtro per poi continuare a gustarsela spenta in un angolo della bocca. Ringraziando , a volte quasi risvegliandosi da un torpore ancestrale, gradiva il biscotto o il grissino che gli altri della barca offrivano a chi era impegnato a curare la navigazione . Non che lui fosse impegnato in qualche attività particolare se non quella di gustarsi l’aria e il sole e la luce, ma per il fatto che si trovava lì, quasi sempre lì seduto, non poteva fare a meno di accettare e ringraziare.. Aveva anche un modo tutto suo di fare il bagno. Un modo lento, calibrato, sommesso. Mai un tuffo, mai una nuotata più lunga di metri cinque. Poi la risalita , l’asciugata e naturalmente la sigaretta e alle volte, anche una grattatine in testa.. E di nuovo lì seduto al centro del mondo imperturbabile ad attendere che qualcuno gli passasse la scodella con la sbobba o un buon bicchiere di vino di cui si capiva essere ghiotto.
Insomma, chi era costui ?

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Sicuramente un signore, affabile nei modi , e con una grinta nascosta che ebbe modo di sfoggiare allorchè in un incontro notturno con un equipaggio di un’altra barca , si fece imprestare una chitarra e deliziare tutti con dei blues che era impossibile ascoltare stando fermi, tanto quei ritmi scatenavano una grande voglia di ballare. E che turbinio di dita su quelle corde di chitarra, che giravolte . Ok ragazzi, questo è movimento!
Quella notte ebbi modo di capire che IO non era altro che L’ARMATORE . Ma in verità l’avevo già capito il giorno prima. Avevo solo bisogno di trovare delle conferme . E io avevo trovato la prova, l ‘elemento comportamentale chiarificatore.
L’armatore è colui che pur facendo poco , o quasi nulla, ha la completa padronanza della vita di barca.
Tutto si muove intorno a lui e non viceversa. L’armatore gode dell’affabilità che gli altri gli protendono, l’armatore consuma con gusto e senza lamentele il cibo che gli viene offerto più volte al giorno, l’armatore sa quando fumare producendo fumo e quando invece è necessario semplicemente tenere la cicca in bocca; l’armatore ha pazienza da vendere quando tutto intorno a lui si agita, dallo skipper che grida le manovre mentre il fiocco si è andato a incastrare in prua, ai bestemmiatori di turno che imprecano per l’irruenza del vento, a colei che vomita un giorno sì e un giorno no. Si, avevo finalmente capito. IO, l’ARMATORE , ovvero colui che non ha bisogno di chiedere perché tutto gli viene dato, che non ha bisogno di muoversi perchè tanto tutto si muove intorno a lui, ma soprattutto colui che non ha bisogno di guardare il paesaggio spostando la testa e il corpo ora a destra ora a sinistra, semplicemente perchè è il paesaggio che sfila dinnanzi a lui piano o veloce ; un poco come stare davanti ad una televisione, tu stai fermo e le immagini per incanto si manifestano a te e tu stai li immobile a goderne. Questo vuol dire essere in barca un vero ARMATORE.

2 – Il Gatto, o la forza del movimento

Il GATTO l’incontrai navigando nei mari d’Australia. Tipetto calmo apparente, ma con una forza interna ed esterna di tutto rispetto. Secondo me il GATTO è la vera star della barca, di tutte le barche che ha modo di frequentare, è la stella che brilla più intensa tra altre stelle più flebili, skippers compresi.
Personaggio enigmatico, insieme sfuggente ma anche molto presente in caso di necessità.
Proprio per questo suo modo di essere, dopo qualche giorno di navigazione , era già divenuto il beniamino della barca, in primis della parte femminile della stessa. La sua capacità primaria : quella di farsi ben volere da tutti, anche se in quel viaggio australiano ebbi modo di assistere per la prima volta all l’instaurarsi di due gruppi che per vari motivi si guardavano in cagnesco.
Lui no, lui lì, vezzeggiato e amato. Come tutti i gatti veri, anche il GATTO era personaggio di compagnia discreto. Di tutti ascoltava le intemperanze ma di nessuno disdiceva. Sicuramente aveva un passato da randagio, ma da come lo vedevo io , aveva abbandonato quella vita per diventare più…di casa. Come tutti i gatti, spesso lo vedevo isolato e da solo , pensante, fuori dal brulichio dell’equipaggio, ma pronto a rientrare nel gruppo e dare una mano a fare questo o quell’altro, velocemente come si era isolato, altrettanto velocemente ritornava nel gruppo: un po’ sguattero al servizio delle cambusiere, un po’ mozzo agli ordini perentori dello skipper o dei co-skippers di turno: insomma semplice corista tra un nugolo di tenori. Come detto , notevole caratteristica del GATTO era quella di stare ad ascoltare tutti , o meglio a me così pareva, poi, forse, in realtà stava solo lì davanti a tutti coloro che gli parlavano senza stare ad ascoltarli effettivamente, ma solo immerso nei propri pensieri, il che gli permetteva ,tra l’altro , di non trasalire all’ascolto di tante pirlate, maldicenze e quant’altro.
Ma il privilegio maggiore in quel viaggio fu quello di dormire in dinette niente popo di meno che col GATTO.
Una delle caratteristiche del GATTO , come tutti i gatti..o quasi, era la sua capacità di movimento. Di notte ,a volte ,lo vedevo balzare in piedi solo perché aveva udito uno sbattere di scotta anomalo rispetto all’usuale. Sempre guardingo anche quando sembrava che dormisse profondamente. Una notte quel suo brusco modo di svegliarsi ci salvò da un violento, immprovviso temporale , ma ,allarmati , riuscimmo a raddoppiare in tempo l’ancoraggio e a a tornare a dormire quasi tranquilli senza rischiare di finire a scogli.

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La Teresa quel giorno aveva spaccato le balle a tutti. Lei voleva scendere dalla barca per andare a vedere l’isola dall’alto e gustarsi il mare azzurro e la spiaggia lunga e bianca come se fossimo stati su unaereo. Ma di scendere nessuno aveva voglia, sole, sole e solo sole, beatamente sdraiati, un tuffo ogni tanto, soprattutto coloro in grado di portare il tender, cosa di cui non era capace la Teresa. In quel frangente , per tutto il pomeriggio ebbi l’opportunità di ammirare la capacità del gatto di spostarsi in continuazione con agilità e sobrietà di movimenti in modo da non trovarsi mai di fronte alla Teresa , che sicuramente, con le sue suppliche, l’avrebbe convinto a farsi portare a terra. Il GATTO quando vuole può essere un bastardo. E così dopo essere sfuggito tutto il pomeriggio alla poverina che ormai a tramonto avviato si era messa il cuore in pace , eccolo che con un balzo felino gli si proferì dinnanzi , chiedendo , poverina , come mai avesse quell’aria tanto delusa. E a sentire le lamentele dell’una e i continui oh, ma va, ma veramente, ma non ci posso credere, bastava che lo dicessi a me, dell’altro mi venne la voglia di farmi una grande risata, che puntualmente feci

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Per finirla, da quella vacanza, osservando i movimenti del GATTO , ho imparato tante cose: a essere velocemente in tutte le posizioni alla bisogna : a prua a gettare o dare una mano a gettare l’ancora, a poppa, pronto a balzare sulla banchina per evitare l’impatto della barca con la stessa, in cima d’albero a dondolare a mille per fare una foto di gruppo dall’alto, a base d’albero a dare una mano a quei tre sacramenti, diconsi tre che non riescono ad alzare una randa, oppure praticamente aggrappato al boma per cercare di realizzare quella manovra terrore dei gatti (finire in acqua) che si chiama prese di terzaroli e dico aggrappato al boma perché alla base d’albero ci stanno sempre i tre sacramenti un poco lenti: due donne e un maschio (ma non si tratta di gatte e gatto naturalmente).
Ma quello che più conta è che ho imparato dal gatto a stare al momento giusto nel posto giusto e non mi riferisco tanto alle attività di cui sopra, ma al fatto che i gatti ,seppur agili da far spavento, rimangono degli esseri pigri dopotutto e dopo una bella corsa si fanno una bella dormitina tre volte più lunga nel tempo della corsa stessa , e non in un posto qualsiasi: ma nel POSTO GIUSTO.

*****
E dove sta in una barca il posto giusto ? Ovviamente da nessuna parte, perché se non è la barca a muoversi è in ogni caso il sole o la nuvola dispettosa che si muovono . In altre parole se guardi un navigante vero GATTO capisci dove stare e quando stare a prendere il sole: nel punto migliore e più ventilato, o, viceversa rilassarsi all’ombra di una vela mentre tutti stanno schiattando al sole o, ancora, stare ben riparati tra due altri naviganti questi si alla mercè delle peggiori raffiche di vento.
Bisogna solo capire il dove e il come: come contorcersi in pose assurde per ottenere la migliore resa e come quatti quatti , senza che nessun s’accorga, sornioni e rapidi, soffiare la posizione del tapino o della tapina che sono scesi in cabina a prendere un libro o una felpa o in cambusa a bere o mangiucchiare qualcosa, o a dare una mano in manovra.
Ricordatevi che il GATTO è sempre pronto, in agguato e ben appostato: il vostro bel posticino è il suo uccellino: un balzo e per voi è finita.

CaViAl
Brugh...
Settembre 2009

venerdì 4 settembre 2009

220 Volt

27 febbraio- 8 marzo 2009. Caraibi. British Vergin Islands.
Traversata: da Tortola rotta verso Anegada, poi puntiamo a Virgin Gorda, Marina Cay e Jost Van Dick (dall’Olandese Volante, il leggendario pirata che bazzicava questi mari); infine Sandy Cay, Norman e Salt; dulcis in fundo, Cooper Islands.
Barca: 1 Catamarano 43.4.
Skipper: Piero e Gianmaria – 2 skipper a turno, in base al meteo o all’esigenza dell’equipaggio.
Membri d’equipaggio: Raffaella, Mariella, Laura e Daniela; Paola, Vladimir, Vito e Sergio – totale: 8.

Non voglio giocare a fare il lupo di mare nostalgico, capitemi bene.
In vita mia, mai mi sono fatto fotografare con un sorriso idiota accanto a un merlin appena pescato, parola d’onore. Né fumo havana sul ponte, scolandomi un bicchiere di rum dopo l’altro, la fronte corrugata e lo sguardo perso oltre l’orizzonte. Non rompo i coglioni a tutti raccontando di quando i pirati ci hanno attaccato in Malesia. No, non dò nemmeno in escandescenze le volte che inciampo nei tacchi a spillo lasciati il giro dalle donne. Infine, non batto ciglio se chiedo di passarmi un parabordo e qualcuno arriva, mezz’ora dopo, con un salvagente.
Eppure, da allora, da quando iniziai a navigare, voglio dire, un sacco di cose sono cambiate.
Le prese, ad esempio. Le prese a 12 e a 220 volt, ai miei tempi, erano un optional non particolarmente richiesto a bordo. Gli equipaggi, incantati da peregrinazioni marinaresche e affaccendati tra mille novità d’armamentario nautico, neanche sapevano dove si trovasse una presa, né se la loro bagnarola ne fosse provvista. A fine crociera, sbarcavano tutti sul molo, gli occhi lucidi, ubriachi di sole e oceano, tirandosi dietro le sacche in tela cerata e rammaricandosi di non esser più cullati da quei beccheggi e rollii che i primi giorni li facevano vomitare.
Una volta, era così. Adesso, non più.
A titolo empirico, provate a navigare, oggi, con un equipaggio composto da 8 individui, dotati ciascuno dei seguenti gadgets pro capite: 1 Ipod, il celeberrimo lettore mp3 by Mac, 1 macchina fotografica digitale di qualsiasi marca, 1 telefonino e/o Smartphone, modello Blackberry o similare (Iphone, notebook etc. etc.). Gadgets aggiuntivi: certuni si portano il laptop e, già che ci sono, pure la cinepresa. Ho intravisto persino un Silkepil, ma mi sono girato dall’altra parte. Se, dunque, avrete il fegato di lanciarvi in quest’esperimento pilota, sappiate che tempo ventiquattr’ore disprezzerete l'umanità intera per le bassezze, le bugie, gli atti di opportunismo; le smancerie, i pianti e i colpi bassi a cui assisterete, il tutto pur di usufruire di quel "buchetto" che eroga energia a basso voltaggio (i.e. la famosa presa).
Tutti agguerriti, appostati, pronti ad infilare lì dentro le loro prolunghe digitali. Ma a me sì che una presa serve davvero: in barca il capitano sono io, se non vi spiace, se qualcuno non se ne fosse accorto. In quel "buchetto", io ci infilo il mio GPS portatile "Geonav Gipsy", utilissimo quando non voglio rientrare sottocoperta per conoscere il punto nave e decidere il da farsi senza lasciare i comandi. Utilissimo per non fare stronzate in mare aperto, specie con un equipaggio che se ne sta tutto il santo giorno a pancia all’aria sul ponte, ad ascoltare musica dagli auricolari, o a mandare sms. A volte, per socializzare, si passano tubetti di crema solare. Degli autistici, insomma.
In generale, gli equipaggi moderni sono così.
In particolare, sono tornato fresco fresco dalle British Vergin Islands, e il mio equipaggio era esattamente così. Forse esagero, forse è il jet lag e poi solo stamattina ho già ricevuto sette telefonate di lavoro. Mails no comment: battiamo ogni record, brindiamo alle trecento in dieci giorni. Però, però, vi giuro, crisi da rientro a parte, se solo penso alla presa 220 volt di quel fottuto catamarano, lì, sotto il quadro di comando, il sangue mi sale alla testa, mi prudono le mani e mi vien voglia di dare una sberla al primo che mi capita a tiro; voi non avete idea, quindi, girate al largo, se ci tenete alla pellaccia.
Allora, adesso vi racconto tutto per filo e per segno, così mi sfogo e se tante volte vi vien voglia di fare una crociera con me, saprete già dove mettere i vostri Ipod e compagnia bella.
Yacht Club a Tortola, 27 febbraio. Di buon mattino, mettiamo piede per la prima volta sul catamarano. Io e Piero facciamo il check in della barca, palmo a palmo, mica che poi ci troviamo nei casini. Mentre controlliamo l’attrezzatura, Sergio mi avvicina preoccupato, con una specie di carpetta tra le mani:
“Gianmaria, non trovo le prese… sai, ho portato il laptop.” Me lo mostra, come un cameriere quando ti offre un flute di champagne su un vassoio d’argento. Peccato che il flute non c’era.
“Guarda sotto il quadro di comando, di solito è lì.”
Scatto felino, Sergio si infila lì sotto.
“Giusto, giusto, eccola… Come è lì, ce n’è una sola?”
“Una sola. Una presa. Un laptop. Equazione perfetta. Controlla che funzioni, per cortesia. Ci devo attaccare il navigatore.”
Sergio sfodera il pc portatile dalla carpetta; febbrile, collega quel suo giocattolo al cavetto e il cavetto alla presa. Sorriso ebete.
“Ok, funziona, Gianma.” non deve aver sentito la mia ultima frase, perché sentenzia ad alta voce, a beneficio di tutti: “Udite, udite, ragazzi, questa sarà la mia presa diretta: in dieci giorni finirò il best seller del secolo, il Manuale delle idee vincenti!”
“La nostra presa diretta, Sergio!” Vito allunga il suo nasone verso la presa, quasi ce lo ficca dentro “Bella idea il laptop… ogni tanto posso attaccarmi al tuo pc per controllare la borsa? Se dai Caraibi faccio la speculazione del secolo, giuro che ti do il 3% di commissione, facility fee!”
“Il 5%? Affare fatto, Vito! Mi raccomando, però: un profitto netto dai 500'000 in su!”
“Ehi, ehi, maghi del Dow Jones, altolà, qui c’è gente che lavora!” si intromette Laura, brandendo il suo blackberry nuovo di zecca, minacciosa. Toglie il cavetto del pc e infila il suo nella presa. Lo schermo si illumina, riverbero azzurrino sugli occhiali Chanel “E luce fu! Ciurma, devo correggere un mare d’esami in questa crociera, se no, meglio mollare la cattedra all’università e vengo a fare la barista qui a Tortola!”
“One moment, please: se volevate lavorare, tanto valeva rimanere nei vostri belli ufficetti milanesi!” urlano Mariella e Raffaella da una delle cuccette “Qui ci sono Canon & Nikon da ricaricare quotidianamente, reporters ufficiali British Virgin Islands Cruise, con tanto di licenza!”. Stanno già disfando i bagagli. Avevo chiesto d’aiutarmi a fare il check; dovevano solo contare i giubbini di salvataggio.
“E il mio fiore all’occhiello?” Vladi tira fuori dal taschino della polo un minuscolo Ipod bianco, sottile come una carta da gioco.
“Mp3 presente! Raga, io senza musica mi suicido!” Paola dondola, a mo’ di pendolo di Foucault, il suo mp3 rosa shocking. Anche il filo è rosa shocking. Forse li vuole ipnotizzare.
Daniela, che ancora non aveva proferito verbo, irrompe cinguettando:
“Iphone! Iphone! My-day! My-day! Vittorio è a un convegno a New York, gente, iperdepresso: SOS psicologico, media telefonate: 7-8 cada dia, 30 minuti cada una! Devo metterlo in carica tutti i santi giorni, altrimenti Vittorio si spara!”
Li osservo, prima tutti assieme, quel gruppuscolo in bermuda e t-shirt che ha accerchiato la presa, poi li fisso in faccia uno ad uno. Ammiccanti, aggressivi, ognuno col proprio aggeggio in mano a cercare di prevaricare l’altro. My God. Meu Deus. Cerco di ricordare quella frase di un guru indiano che in certe occasioni mi dava tanta calma e serenità. Niente da fare, tabula rasa. Allora, respiri profondi, quattro o cinque, tipo training autogeno. Ok, a questo punto intervengo.
“Ehi, ehi, equipaggio, fermi tutti. Dunque, gestione presa 220 volt. Regola generale: ognuno tiene in carica il suo coso a turno: si può staccare il coso degli altri già in carica solo quando la lucina è verde, cioè quando è completamente carico, mi sono spiegato? Facile, no? E’ una questione di rispetto. Elementare, Watson! Poi, eccezione numero 1: il mio navigatore ha la priorità su tutti i cosi degli altri, altrimenti non sappiamo dove cazzo andiamo. Eccezione numero 2: il cellulare mio e di Piero hanno la priorità su tutti i cosi, navigatore a parte; se la radio di bordo non funziona e siamo nella merda, ci servono. Che ne dite?”
Mugugni e cenni di assenso. L’argomento è chiuso, ho pensato. Povero illuso.
“Perfetto, visto che la questione è risolta, forse dovremmo darci una mossa e salpare, mica vogliamo rimanere ormeggiati allo Yacht Club, con le meraviglie che ci aspettano là fuori! Forza e coraggio!”
Primo giorno di navigazione, mattinata, da Dio. Puntiamo a Nord.
Tardo pomeriggio. Anegada ci appare nell’incanto della barriera corallina che la circonda, un colpo dritto al cuore. Così l’aveva vista Colombo durante il suo secondo viaggio, correva l’anno 1493, e così la vediamo pure noi: una lingua verde, pigra, morbida. Sembra uno degli orologi molli di Dalí restituito alla vita, senza la desolazione dei suoi sfondi mortiferi, assetati e desertici. Scivola sull’oceano, piatta; intorno, il ricamo a chiacchierino delle spiagge; la sabbia luminosa, candida, accecante. In giro in giro, come se già tutto questo non bastasse, aureole fluide di mare azzurro; irreale, fluorescente. Non so spiegare la commozione primordiale che mi prende ogni volta che ritrovo un paesaggio interiore, potremmo dire un paesaggio dell’anima, se vogliamo essere banali. E’ un’emozione che parte dagli occhi e arriva al petto e scende giù, fin nelle viscere. E, ogni volta, mi dico che andare per mare è qualcosa che nessuno mi potrà mai togliere, perché è l’aria pura che respiro.
Mezzo ubriaco per quel caleidoscopio di colori, scendo sottocoperta a prendere il navigatore, che avevo lasciato in carica. Se ne sta buono buono sul quadro di comando, ancora un po’ esaurito. Mancano due tacche. Attaccato alla presa, c’è l’Mp3 di Paola. Non so se mi indigna di più per il fatto che sia rosa shocking; comunque, mi sento prevaricato. Vado a chiedere spiegazioni.
“Gianma, quando ho messo l’Mp3 c’era l’Iphone di Daniela, non so niente del tuo navigatore.” Taglia corto Paola, pure leggermente seccata. Acchiappa il suo coso shocking, auricolari e musica a palla. Jovanotti. Penso io: “ai Caraibi Jovanotti, ma sei fuori?”. Riattacco il navigatore, cerco con lo sguardo Daniela, presunta colpevole. Se ne sta appollaiata a poppa, dà la schiena ad Anegada, tutta curva sull’Iphone che tiene appiccicato all’orecchio con la mano destra. La sinistra, invece, gesticola nervosa.
“Dai Vittorio, non fare così… sì, me l’hai già detto che da tre giorni sei sotto un diluvio… a New York le strade sono completamente allagate… sì, sì, lo so… vabbè, se qui c’è il sole che posso farci, mica è colpa mia?!”
“Paola, hai staccato tu il navigatore?”
“Scusa? No, Vittorio, dico a Gianma, aspetta un secondo… dimmi!?”
“Paola, hai staccato tu il navigatore?”
“Cosa? Quale navigatore? Ah, e che vuoi che ne sappia io, c’era attaccata una Canon… sì, Victor, certo che ti ascolto. Lo so, è scandaloso che non abbiano inserito nel programma il tuo intervento, semplicemente scandaloso! E parlane con quel Freeman, no? Non era lui il tutor di riferimento? Richardson? E che c’entra Richardson?”
Siccome non me ne frega un cazzo né di Vittorio, né di Richardson, me ne vado a prua, anche perché ho una voglia pazza di buttare a mare Daniela: è proprio in posizione, lì, sul bordo, gambe penzoloni. Basta una spinta e pluf!, in un colpo solo mi libero di lei, del fottuto Iphone, e pure del congresso di Vittorio, tre x uno.
Piero è al timone che segue la mia indagine con aria sconsolata.
Mariella e Raffaella ormai le chiamiamo Canon&Nikon. Dall’inizio del viaggio – Malpensa, meno di due giorni fa – devono aver scattato due miliardi di foto. Quando piscio fuori bordo, apro bene le orecchie, perché mi sembra di sentire il click dell’otturatore. Stanno mitragliando Anegada con i loro teleobiettivi, fanno più furore di un gruppo di turisti giapponesi davanti alla Pietà di Michelangelo. Quando arrivo, neanche si girano. Click, click.
“No, no, c’era un blackberry!”
Click, click.
“O forse l’Ipod di Vladi?! Non mi ricordo più!”
Click, click.
Click, click. Click, click.
Click. Click. Stronze! Anche il grilletto di un revolver fa click, click. Puntato alla tempia.
Click. Click. Scarface. Gianmaria, calmati, la frase del monaco buddista, no, del guru indiano, ricordati quella frase, cazzo! Dietrofront, parto alla ricerca di Vladi. Sottocoperta, dagli oblò aperti, sento parole.
Voci concitate. Borsa, manuale, laptop. Sono Vito e Sergio.
Gridolini isterici. Blackberry, esami università. C’è pure Laura.
Voci concitate e gridolini isterici.
Rumore secco. Vetro in mille pezzi. Forse, bicchieri rotti.
Ma porca puttana, cazzo succede, ancora!? Ritorno sui miei passi.
Al timone, un Piero allibito mi fa cenno col capo, indica sottocoperta.
Scendo qualche gradino, mi affaccio: alterco della peggior specie. Bottiglia d’olio in frantumi. Straccio, schegge di vetro dappertutto. Grida (Vito e Sergio). Lacrime (Laura).
“Ho il deadline di questi fottuti esami entro stasera, lo volete capire o no?! Lo volete capire o no?!”
“E io ho investito 150'000 euro in Petrobras. 150’0000 euro, chiaro? Non centocinquanta centesimi, CENTO-CINQUANTA-MILA-EURO!!! Vi spiace se controllo se ho bruciato 150'000 euro?”
“E chi ti ha detto di investirli prima di andare in ferie? Madoff, per caso?”
“No, scusate, io devo fare l’editing di duecento pagine in dieci giorni. Duecento diviso dieci uguale venti. Come cazzo faccio se non mi lasciate mettere in carica il laptop!? Me lo spiegate voi? E all’editore che gli dico? Gli mando una cartolina dai Caraibi?”
Siamo al primo giorno.
Cerco con gli occhi Geonav Gipsy. Lo vedo: riposa, beato, di nuovo sul quadro di comando.
Il mio navigatore Geonav Gipsy è staccato, scarico, sempre due tacche in meno.
Contemplo quel putiferio surreale attorno alla presa. Mascelle serrate, cattiverie tra i denti, sguardi assassini. Olio che si spande pacifico sul pavimento del mio catamarano, tra arcipelaghi di isolette cristalline, i frammenti della bottiglia finita in mille pezzi, per l’appunto.
Solo il primo giorno. Ne mancano altri nove.
Ci risiamo, un’altra visione. Sempre Scarface, scena finale; la strage nella villa hollywoodiana. Al Pacino ammazza tutti, falcia i gangester rivali a suon di raffiche di revolver e mitragliette; fumo e fiamme, bagno di sangue. Calmati, Gianmaria, calma, mantieni la calma, porca puttana! Scuoto la testa, mi gratto la nuca. Riemergo sul ponte e accendo una sigaretta. Due circolini quasi perfetti salgono su, fluttuano tremolanti, sollevati dagli alisei, e svaporano nell’aria. Inspiro, espiro, quattro o cinque volte, come stamattina presto. Guardo fisso il mare. Anegada, lì di fronte, mi aspetta. Vergine, sdraiata sull’oceano, nel tramonto immemore dei Caraibi. Come per incanto, le baruffe chiozzotte digitali svaniscono nella brezza, nel crepitio delle vele, nei colori cangianti. E, all’improvviso, ecco la frase del guru indiano: Dimenticare è un dono di Dio (Maharishi Mahesh Yogi).

P.S. Nota dell’autore: I rimanenti 9 giorni di navigazione sono stati più o meno come il primo. L’escalation per il possesso della presa s’innescava a qualsiasi ora del giorno e della notte. I più opportunisti si svegliavano nel cuor della notte per infilare il loro jack nella presa. Un tempo si pensava ad altro…
Il Gps portatile, Geonav Gipsy, era spesso scarico, ma io e Piero ce la siamo cavata lo stesso, perché siamo della vecchia scuola, quando cotanta tecnologia era ancora fantascienza.
Vito ha perso il 10% del capitale investito in Petrobras. Laura ha corretto gli esami con un giorno di ritardo. Sergio ha fatto un editing un poco frettoloso del suo Manuale delle idee vincenti. L’Iphone di Daniela è caduto nel secchio dei piatti da lavare. Vladi si è tenuto ben stretto il suo passando intere giornate con le cuffie senza scambiare parola.
Non so se questo modo di andar per mare, senza viverlo come un tempo, sia imputabile più a forme patologiche del vivere quotidiano o ad aspetti sociologici. In ogni caso da approfondire…
In un altra crociera avevo un equipaggio "diviso dalle cuffie" ogniuno con il suo ipod ad ascoltare la sua musica che anzichè diventare elemento socializzante com'è stato per millenni in tutte le culture diventa ulteriore elemento di isolamento e solitudine: beata, ma sempre solitudine! D'altronde quando ho provato ad inserire il mio mp3 con supporto radiofrequenza per ascoltarlo tutt'insieme dagli altoparlanti della barca c'era sempre qualcuno a cui non piaceva il pezzo (e anche se l o faceva qualcun altro era lo stesso). Alla fine ho rinunciato. Ogni tanto qualcuno era talmente entusiasta di quello che stava ascoltando che offriva al vicino una cuffia per condividere il brano. Questo era il massimo di vicinanza e intimità per proare le stesse emozioni di chi ci sta accanto.Una volta la barca serviva anche a questo.

giovedì 3 settembre 2009

I Piatti e il Mare

Dicembre 2005. Ponte dell’Immacolata. Caraibi.
Traversata: da Guadalupa a Dominica e ritorno, sei giorni di navigazione. I chilometri non li ricordo.
Barca: GS43, 13 metri, un albero, non chiedetemi altri dettagli perché non ne so. Era una bella barca. E c'era pure un bel mare anzi, qualcuno diceva di non averlo mai visto cosi alto e impetuoso.

Skipper: tre, João, l’Ammiraglio (altrimenti detto l’Anzianissimo) e Piero. Soprannominati i Tre Tenori.
Membri d’equipaggio: sei, Vito, Mauro, Cristina, Federica, Tania e Laura (cioè io).
A parte Tania, che ci ha raggiunti da Roma, noi dell’equipaggio vivevamo tutti a Milano; ci eravamo conosciuti l’estate precedente a un corso di cabinato sul Lago di Como.
Una scuoletta di vela ruspante, stile vecchia guardia, dove "tutti cazzano e nessuno se la tira", per citare il motto impresso sulla carta intestata e stampato sulle t-shirt gialline regalateci durante la serata conclusiva. Non un posto per fighetti, insomma. Se non ricordo male, nessuno di noi s’era mai cimentato prima d’allora in un’impresa marinaresca così temeraria ed esotica.
Guadalupa con la sua forma a papillon ci aveva subito stregati, e riacchiappare l’estatein pieno inverno è l’ossessione ricorrente, il sogno proibito del milanese medio. Da parte mia, avevo trascorso le umide serate d’autunno metropolitano sfogliando la Lonely Planet, rileggendo Il vecchio e il mare, Isole nella corrente e altri racconti tropicali di autori poco noti. Certe sere, mentre sorseggiavo un bicchierino di rum acquistato alla Coop, ascoltavo musica caraibica e m’immaginavo il carnevale di Guadalupa; giocavo a fare gasse d’amante con la cordicella dei panni. Pian piano, partivo da Milano già mesi prima.
Sapevo cosa volevo da questo viaggio: la carezza degli alisei, li amavo già solo per il nome, i tramonti infiniti sull’oceano, un nuovo mondo da portarmi dentro quando sarei rientrata in ufficio, sotto il fuoco incrociato di avvocati iracondi, computer asettici, telefoni aggressivi e fax imperiosi. Lavoravo, infatti, in uno studio legale internazionale. Volevo godermi i Caraibi e la buona compagnia. Facile.
In barca, avevo scelto il mio ruolo ancor prima di salire a bordo, senza aspettare le
direttive di João: sarei stata il mozzo. Il mozzo è un personaggio stupendo, nonostante la letteratura marinara gli remi contro e lo releghi sempre nell’ombra; faceva proprio al caso mio: il mozzo è utilissimo nelle attività pratiche low profile (pulire, riordinare il casino etcetc.), mi sembrava un tipo autonomo e placido. E’ il beniamino di ogni ciurma vacanziera, perché svolge mansioni che nessun’altro si vuole accollare. Inoltre, essendo l’ultimo gradino della scala gerarchica, è felicemente estraneo alle lotte darwiniane, modello “esemplare
dominante”, che spesso scoppiano durante amene crociere, investendole in pieno con la
furia di un tornado, seminando a bordo incendiarie discordie. Insomma, fare il mozzo è una figata. Sono di natura pacifica, contemplativa e poco belligerante, amo lavorare in gruppo perché mi piace la gente e ho un rapporto affettuoso col mondo, e tuttavia rifuggo con orrore le tensioni superflue che, puntuali, serpeggiano in ambienti piccoli, microscopici come una barca in mare aperto. Mi sembrano un grottesco spreco di vita. Ancora non lo sapevo,ma più ti inoltri nell’oceano infinito, più finito diventa il tuo spazio in barca; è come se lo
spazio attorno a te si dilati, elefantiaco, schiacciandoti nel buco nero della tua bagnarola,insieme ai tuoi compagni, alle tue cose, alle tue azioni.
Con i miei compagni ci siamo subito voluti bene, come di rado succede. Ognuno a suo
modo, certo, ma che ci volevamo bene dentro il guscio della barca ed eravamo una famiglia improvvisata solo per pochi giorni l’hanno sentito tutti. Stai gomito a gomito a mangiare e bere; vestirti e svestirti; pisciare e cagare; e soprattutto a occuparti della barca, attività questa che assomiglia un po’ ai lavori domestici, solo che gli utensili e gli ambienti sono strani, i movimenti e le dinamiche inusuali. Ti occupi, insomma, di una casa che però non è una casa ma una barca che naviga. E allora devi cazzare, lascare, annodare, attraccare, mollare gli ormeggi. Il tuo spazio d’azione è minuscolo, quello attorno a te, sotto e sopra di
te, è invece infinito. Succede allora che, superati i primi imbarazzi e il primo senso di estraniamento, nel microcosmo tutto diventa un gioco e tutti vogliono giocare.
Nel nuovo gioco, come dicevo, mi sono decisa per il ruolo di cenerentola-lavapiatti, fin dal primo giorno, un po’ per essere collaborativa, ma soprattutto per interesse. Sì, proprio per interesse. Dopo pranzo, smaniavo di trovarmi a poppa finalmente tutta sola, in costume, il mio secchio azzurro ricolmo di stoviglie, la spugnetta gialla, il detersivo e il mio pacchetto di Camel. E intorno a me il lavello infinito del mar dei Caraibi, blu intenso, il luccichio del sole, gli alisei nei capelli.
“Qui potrei lavare i piatti tutta la vita!” ho esclamato senza accorgermi, a voce alta. E’ stato allora che la testa di Tania ha fatto capolino a poppa, ansiosa, perché le dispiaceva che in piena siesta qualcuno facesse il lavoro sporco. Tania è bella e dolce, ha un sorriso appena accennato, eppure ti accorgi che sorridono anche i suoi occhi chiari.“Tutto bene?” mi ha chiesto.
“Sì, sì, come no!” l’ho rassicurata, e poi ho aggiunto che mi sentivo una specie di sirena casalinga; ciocche di capelli arruffate nel vento, schiuma di detersivo sulle cosce e gli avambracci. Tuffavo le padelle in mare come una bambina quando gioca sulla spiaggia. Una Nereide del terzo millennio, insomma. Il sole scottava sulla pelle dorata. Abbiamo cominciato a chiacchierare. Amo parlare alle persone che amano ascoltare; se possibile,parlo di libri. E mentre le raccontavo di Stevenson, Melville ed Hemingway, Tania ha preso uno strofinaccio e ha cominciato ad asciugare i piatti già sciacquati. All’inizio, pensavo lo facesse per cortesia, poi ho capito che anche lei aveva capito. Lavare i piatti sulla barca non era lavare i piatti, ma significava entrare in un mondo di suggestioni, intimità e naturalezza che, nella sua semplicità, fa bene al cuore. Io e Tania quel giorno, lavando e asciugando i piatti, ci siamo raccontate un sacco di cose di noi, con e senza le parole. Ci siamo incontrate in quest’attività muliebre, arcaica, eppure sollevata dall’oppressione quotidiana proprio perché eravamo in una barca in mezzo al mare. Si sentiva che quei piatti sporchi ci avevano unite. E l’hanno sentito anche gli altri.
Si era creata una sinergia speciale tra me e Tania. Eravamo presenti l’una per l’altra. Senza che niente fosse accaduto. In apparenza.
Il giorno dopo, a lavare i piatti con lo sguardo che si perdeva in una baia selvaggia della Dominica, casualmente c’erano anche Federica e Cristina, nonostante avessero cucinato loro, e avrebbero dunque potuto pisolare sottocoperta senza remore. Invece, Cristina rollava le sigarette per tutte, io insaponavo, Fede sciacquava e Tania asciugava. Stavamo bene, in quell’armonia avremmo potuto lavare i piatti di un intero banchetto di nozze senza accorgercene. Le stoviglie unte si erano trasformate in una scusa per stare insieme, raccontarci confidenze femminili, passare piatti e bicchieri sfiorandoci le mani, e a volte il corpo.
Il terzo giorno, dopo pranzo, Mauro ha fatto irruzione nel gineceo di poppa. La sua
criniera riccioluta al vento, una specie di Medusa coi baffi all’Emiliano Zapata, e la macchina fotografica. “Reportage di attività donnesche su naviglio!” ha tuonato, e non finiva più di scattare foto e complimentarsi di come eravamo belle a lavare i piatti mezze nude. Credo che l’intuizione di Mauro abbia risvegliato emozioni maschili sopite nel resto della ciurma, perché L’Ammiraglio, che oziava al sole, si è tolto i suoi occhialini verdi da solarium, ha inforcato gli occhiali da vista ed è comparso a sovrintendere i lavori, mani sui fianchi, sguardo vigile e compiaciuto.
A cena, quella sera, c’eravamo tutti e nove a lavare i piatti, equipaggio al completo.
Il sole tramontava.
La rigovernatura si era trasformata come per incanto da onere inviso a rituale
collettivo, promiscuo e divertente. Con i piatti ce la siamo sbrigata subito, è invece durata a lungo la fase successiva, quella delle secchiate d’acqua. Se non ricordo male, è stato João a cominciare. Ha afferrato il secchio azzurro come per appenderlo, affettando una certa nonchalance. Si è girato di spalle. Ho fatto in tempo a cogliere un sorrisetto satanico e un occhio da teppista che sta per centrare una vetrata a pallonate. Infatti, velocissimo ha riempito il secchio in mare e mi ha fatto la doccia. Urla di sorpresa. La seconda vittima è stata l’Ammiraglio, che stava disquisendo insieme a Mauro sull’esattezza di certe misurazioni col sestante. Mauro e l’Ammiraglio, allora, vendicativi e inzuppati, si sono scagliati su João;
nel corso della colluttazione, sono volati in mare tutti e tre, vestiti. Secchio azzurro incluso. E’ partita allora l’escalation. Imprevedibile.Inarrestabile. Vito, l’uomo-ancora pacato e silenzioso, con un guizzo repentino ha acchiappato Fede e l’ha buttata in acqua, senza tanti complimenti. L’educatissimo Piero, a tradimento, ha spinto Cristina fuori bordo. João e Mauro issatisi a poppa, gocciolanti, hanno afferrato me e Tania e splash, anche noi a mare. Impugnavo ancora la pentola della frittura di pesce e la brandivo a mo’ di scudo per difendermi dagli schizzi. Alla fine, si sono tuffati tutti a rotta di collo. Una ciurma urlante, adolescenziale e acquatica. E’ così cominciata una lotta anfibia fatta di adescamenti, assalti, placcaggi, grida d’aiuto e di battaglia. Il mare ribolliva di spruzzi, come quando i pescatori tirano su le reti colme di tonni.
Basta così poco per essere felici.
...Continua...




Laura De Palma
Noville, Svizzera
11 giugno 2009